Corso storico EUR/CHF
Eventi e approfondimenti
Tasso: 0.9031
Dazi USA al 30% sull'UE e pressioni politiche sulla BNS: il franco si consolida
Tasso: 0.9231
Dopo il minimo storico del 9 marzo, i mercati hanno iniziato un lento processo di riequilibrio. L’amministrazione Trump ha annunciato l’intenzione di applicare dazi del 30% sull’export europeo verso gli Stati Uniti a partire dal 1° agosto 2026, una misura che ha continuato a deprimere le prospettive di crescita dell’Eurozona e a limitare il potenziale di recupero dell’euro.
L’Unione Europea ha scelto di non rispondere con ritorsioni immediate, aprendo invece un tavolo negoziale – una mossa interpretata dal mercato come pragmatica ma anche come un segnale di debolezza.
Sul fronte svizzero, la pressione politica si è fatta sentire in modo diretto: il governo federale ha convocato il presidente della BNS Martin Schlegel per discutere gli interventi della banca centrale sui mercati valutari, dopo che Washington aveva segnalato disagio verso le pratiche di gestione del cambio elvetiche. Un’insolita interferenza nella tradizionale autonomia della banca centrale svizzera, che ha aggiunto un elemento di incertezza istituzionale al quadro.
La coppia EUR/CHF si è parzialmente ripresa dai minimi di marzo, stabilizzandosi in area 0,9200-0,9240. Non un ritorno alla normalità, ma un assestamento: il franco rimane su livelli di forza storicamente elevati, il differenziale di politica monetaria tra BCE e BNS continua a favorire strutturalmente la valuta elvetica, e il contesto geopolitico non offre ancora le condizioni per un recupero sostenuto dell’euro.
Per frontalieri e aziende transfrontaliere, questo rimane un periodo di cambio favorevole alla conversione da CHF a EUR, da gestire con attenzione alle finestre di volatilità.
Tasso: 0.9104
Il franco sfonda quota 0.90: un confine psicologico e storico
Tasso: 0.8981
Ci sono soglie nei mercati valutari che non sono solo numeri: sono linee psicologiche attorno alle quali si concentrano aspettative, posizioni speculative e memorie storiche. Per la coppia EUR/CHF, la soglia di 0,90 è sempre stata una di queste linee. Il 9 marzo 2026, quella linea è stata rotta.
L’escalation delle tensioni tra Israele e Iran nelle settimane precedenti aveva riacceso i timori di uno shock energetico nel Vecchio Continente, con possibili ripercussioni sull’inflazione europea e sui margini di manovra della BCE. In un quadro già fragile – con la sentenza della Corte Suprema USA che aveva azzerato certezze regolatorie, la guerra commerciale in fiamme e i negoziati di pace in Ucraina in stallo – i mercati hanno capitolato verso il franco con una forza insolita.
EUR/CHF ha brevemente superato 0,90, toccando 0,8981: un minimo che non si registrava dall’abolizione del peg della BNS nel gennaio 2015. Per un lavoratore frontaliero con lo stipendio in franchi, quei giorni hanno rappresentato un potere d’acquisto in euro straordinariamente elevato. Per le imprese europee che esportano verso la Svizzera, al contrario, un deterioramento significativo della competitività di prezzo. Sul mercato, la domanda di CHF era talmente concentrata che la BNS si è trovata nuovamente sotto pressione per intervenire, senza annunci espliciti ma con i segnali tradizionali di sorveglianza intensificata.
Tasso: 0.9132
La Corte Suprema boccia i dazi Trump: caos normativo e fuga verso il franco
Il 20 febbraio 2026, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso una sentenza destinata a riscrivere il quadro del commercio internazionale: i dazi imposti dall’amministrazione Trump tramite l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) sono stati dichiarati incostituzionali. In un colpo solo, l’intero regime tariffario costruito dall’amministrazione nel 2025 è stato rimesso in discussione.
La reazione dei mercati non è stata di sollievo, ma di paura. L’incertezza normativa che ne è derivata – Chi dovrà rimborsare i dazi già pagati? Con quale strumento giuridico si reintrodurranno i nuovi? – ha generato un vuoto di riferimento che i mercati finanziari gestiscono sempre male. Nella stessa settimana, le tensioni in Medio Oriente si sono riacutizzate e la guerra commerciale USA-Cina ha conosciuto un nuovo picco con dazi reciproci al 100%.
Il risultato per EUR/CHF è stato prevedibile: l’euro ha ceduto terreno a ritmo sostenuto. Ogni ondata di incertezza geopolitica o normativa porta capitali verso Berna, e questa non ha fatto eccezione. Il cambio è scivolato sotto 0,92, preparando il terreno per quello che sarebbe accaduto nelle settimane successive: uno dei movimenti di mercato più estremi degli ultimi dieci anni.
Tasso: 0.9333
La BCE fa pausa al 2%: attesa, non svolta
Nel meeting di dicembre 2025 la Banca Centrale Europea ha confermato il tasso sui depositi al 2%, segnando la quarta pausa consecutiva dopo il ciclo di tagli avviato nel giugno 2024. Non è stata una decisione di forza, ma di cautela: l’inflazione, rivista al rialzo per il 2026 all’1,9%, non dava ancora segnali di un eccesso che richiedesse un intervento. Allo stesso tempo, la crescita dell’Eurozona rimaneva modesta, e Lagarde ha preferito guadagnare tempo.
Per il cambio EUR/CHF, la pausa della BCE ha avuto un effetto stabilizzante ma non risolutivo. Con la BCE ferma al 2% e la BNS a 0%, il differenziale di tassi – seppur ridotto – continuava a favore dell’euro in termini di rendimento puro. Eppure il franco non cedeva, perché i fattori che lo sostenevano andavano ben oltre la politica monetaria: un contesto geopolitico ancora incerto, un mercato dei capitali europeo sotto pressione e una domanda strutturale di CHF da parte dei fondi di allocazione globale.
EUR/CHF si è mosso in un corridoio laterale tra 0,9270 e 0,9390, senza direzionalità chiara, in attesa che il 2026 portasse nuove variabili. Un tipo di lateralizzazione che per chi opera con scadenze brevi sui trasferimenti EUR-CHF ha reso complessa la pianificazione del momento ottimale di conversione.
Tasso: 0.9331
BNS ferma a zero: il franco torna dominante, EUR/CHF ai minimi annuali
Tasso: 0.9244
Nella riunione di settembre (e successivamente di dicembre) 2025, la Banca Nazionale Svizzera ha scelto di non muovere ulteriormente i tassi, mantenendoli a 0% e ribadendo la disponibilità a intervenire sui mercati valutari se necessario. Una postura di attesa, certo, ma che i mercati hanno letto come una sconfitta parziale della BNS: il franco non si è indebolito e l’euro non ha trovato i motori per un recupero strutturale.
A pesare sull’euro è stata la debolezza persistente dell’economia nell’Eurozona, con la crescita che stentava a decollare nonostante i tagli dei tassi della BCE. I timori su una possibile stagnazione tedesca e italiana hanno alimentato la domanda di CHF da parte degli investitori istituzionali, che hanno continuato ad accumulare posizioni sul franco.
Il risultato è stato una pressione progressiva su EUR/CHF, con il cambio che ha toccato il minimo annuale a 0,9244 il 13 novembre 2025. Un livello che ha rappresentato il massimo di forza del franco per tutto l’anno 2025 e che, per i frontalieri con stipendi in CHF, ha significato un potere d’acquisto in euro eccezionalmente alto. Chi ha convertito franchi in euro in questa finestra ha ottenuto condizioni tra le migliori dell’intero anno.
Tasso: 0.9312
I dazi del 39% sulla Svizzera: quando il bersaglio è Berna
Agosto 2025 ha riservato una sorpresa scomoda per l’economia elvetica: l’amministrazione Trump ha imposto dazi del 39% sui prodotti svizzeri importati negli USA, un livello punitivo che ha superato persino il 31% inizialmente prospettato e che ha colpito duramente i settori di punta dell’export svizzero, ovvero orologi, farmaceutica, macchinari di precisione. Per fare un confronto, i dazi applicati a UE, Giappone e Corea del Sud si fermavano al 15%.
La logica della Casa Bianca era quella consueta: ridurre il deficit commerciale americano con la Svizzera, 38 miliardi di dollari nell’anno precedente, e spingere le multinazionali a spostare la produzione sul suolo americano. Il governo di Berna ha risposto con “profondo rammarico” e ha avviato negoziati per ottenere una revisione della misura.
Per la coppia EUR/CHF, la notizia ha prodotto un effetto insolito: il franco, paradossalmente, si è indebolito. I mercati hanno letto i dazi non come una ragione di forza svizzera, ma come una minaccia concreta alla competitività e alla crescita dell’economia elvetica. Il cambio ha rimbalzato verso 0,9300, con l’euro che ha recuperato parte del terreno perso in estate. In questo frangente, le speculazioni su un possibile ritorno della BNS ai tassi negativi a settembre si sono intensificate, aggiungendo ulteriore incertezza sulle prospettive future del franco.
Tasso: 0.9389
La BNS taglia i tassi a zero: ma il franco non cede
La Banca Nazionale Svizzera ha scritto un’altra pagina della sua storia monetaria il 19 giugno 2025, abbassando il tasso di riferimento di 25 punti base fino a 0,00% – il sesto taglio consecutivo dal marzo 2024 e il più delicato, perché portava il costo del denaro elvetico sul bordo del territorio negativo.
La decisione è stata dettata da un mix di fattori che difficilmente poteva essere ignorato: l’inflazione svizzera era scivolata a -0,1% a maggio, la prima deflazione dall’era pandemica, e le tensioni commerciali internazionali comprimevano le prospettive di crescita.
Il presidente della BNS Martin Schlegel ha scelto parole precise nella conferenza stampa post-decisione: la banca centrale era “sul bordo dei tassi negativi” – uno strumento già usato in passato per contenere l’apprezzamento del franco, ma con effetti collaterali pesanti per il sistema bancario. Il mercato ha interpretato la comunicazione come una minaccia velata più che come una promessa concreta.
Sul cambio EUR/CHF l’effetto è stato paradossale. Nonostante il taglio dovesse teoricamente indebolire il franco, la coppia ha reagito al ribasso dopo l’annuncio, scendendo sotto 0,9400. Il motivo è semplice: i mercati avevano già scontato il taglio nelle settimane precedenti, e la retorica cauta di Schlegel senza impegni espliciti su nuovi allentamenti ha convinto molti operatori a tornare al franco come porto sicuro in un contesto globale ancora instabile.
Tasso: 0.9389
La diplomazia allenta la tensione: euro in parziale recupero
Tasso: 0.9365
Dopo il crollo di aprile, i mercati hanno cercato – e trovato – qualche segnale di distensione. Sul fronte ucraino, la Russia ha implementato un cessate il fuoco di tre giorni all’inizio di maggio 2025, cui sono seguiti negoziati diretti a Istanbul. La delegazione russa si è presentata senza Putin, quella ucraina senza Zelensky: tecnicamente, un insuccesso diplomatico. Ma un accordo sullo scambio di migliaia di prigionieri e l’apertura a nuovi colloqui – con la presentazione di memorandum reciproci il 2 giugno – hanno comunque ridotto la temperatura geopolitica europea.
In parallelo, Washington e Pechino hanno siglato una tregua commerciale temporanea, sospendendo le ritorsioni più aggressive nella guerra dei dazi tra le due superpotenze. La combinazione dei due fattori ha ridotto la domanda di asset rifugio, allentando la pressione al rialzo sul franco svizzero.
Il cambio EUR/CHF ha recuperato terreno in modo ordinato, risalendo verso 0,9400. Non un rimbalzo esplosivo, ma una normalizzazione: il mercato ha smesso di prezzare il peggio, senza però tornare ai livelli di inizio anno. L’euro restava fragile, e la prudenza degli investitori istituzionali rimaneva alta. Per chi doveva cambiare euro in franchi, la finestra si era parzialmente chiusa rispetto ai minimi di aprile.
Tasso: 0.9543
"Liberation Day": i dazi Trump affossano l'euro
Tasso: 0.9299
Il 2 aprile 2025 è entrato nella memoria dei mercati valutari come uno degli shock più bruschi degli ultimi anni. Con un colpo di teatro degno del suo stile, Donald Trump ha annunciato l’introduzione di dazi “reciproci” su tutti i partner commerciali degli Stati Uniti, ribattezzando la misura “Liberation Day”. Il messaggio era chiaro: l’America avrebbe azzerato quella che la sua amministrazione considerava decenni di squilibri commerciali imposti dagli altri.
Per la coppia EUR/CHF, le conseguenze sono state immediate e violente. In meno di una settimana, il cambio ha abbandonato area 0,9543 per precipitare fino a 0,9299 il 10 aprile 2025 – il livello più basso dell’intero anno fino al quel momento.
La logica dei mercati, in momenti di panico geopolitico, è sempre la stessa: si vende ciò che è esposto al rischio e si acquista ciò che lo rifugge. Il franco svizzero, con la sua neutralità politica, la solidità istituzionale della BNS e la tradizionale impermeabilità alle crisi esterne, ha assorbito capitali da tutto il mondo. L’euro, invece, ha pagato il prezzo dell’esposizione dell’Eurozona ai dazi americani e del rischio di un rallentamento economico strutturale nei principali stati membri.
Per i lavoratori frontalieri e per chi opera con trasferimenti tra euro e franchi, quelle due settimane di aprile hanno rappresentato un momento storicamente favorevole alla conversione da CHF a EUR: ogni franco rendeva significativamente più euro del normale.
Tasso: 0.9371
UE annuncia piano "ReArm Europe"
Tasso: 0.9641
Nel marzo 2025, l’Unione Europea ha annunciato un piano strategico per la difesa comune, introducendo un budget condiviso di circa 150 miliardi di euro per rafforzare le capacità militari europee e favorire l’autonomia strategica del continente. Questa iniziativa segna un salto storico verso una maggiore coesione politica e una capacità di difesa autonoma a livello comunitario, con impatti rilevanti anche sul piano economico e valutario.
Dal punto di vista della coppia EUR/CHF, l’annuncio ha agito come un fattore di rafforzamento dell’euro rispetto al franco svizzero. La creazione di un budget comune per la difesa ha aumentato la fiducia degli investitori nella stabilità e nella solidità politica dell’area euro, riflettendosi in un apprezzamento della moneta unica. Questo effetto è stato particolarmente percepibile in una fase in cui la percezione di una maggiore autonomia strategica europea contribuisce a migliorare il sentiment verso l’euro, spingendo al rialzo il valore di EUR rispetto a CHF.
In sintesi, il piano di difesa europeo di marzo 2025 ha rappresentato un segnale di coesione e forza politica, rafforzando temporaneamente l’euro nel rapporto con il franco svizzero e sottolineando il legame tra sviluppi geopolitici e dinamiche di cambio valutario.
Tasso: 0.9641
Massimo annuale EUR/CHF
Il 14 marzo 2025 il cambio EUR/CHF ha raggiunto il massimo annuale di 0,9641, segnando il livello più alto dell’anno e una fase di forza dell’euro rispetto al franco svizzero. Questo rafforzamento dell’euro è stato probabilmente guidato da condizioni economiche più favorevoli nell’area euro e da differenziali nei tassi d’interesse che hanno reso l’euro più appetibile agli investitori.
Il raggiungimento di questo livello ha rappresentato un’importante resistenza tecnica, segnalando un punto in cui la pressione crescente sull’euro ha trovato un limite naturale. Da qui è iniziata un’inversione di tendenza, con l’euro che ha iniziato a perdere terreno rispetto al franco, influenzando strategie di investimento e decisioni economiche tra i due Paesi.
Questa fase di forza seguita dall’inversione è tipica nelle dinamiche dei cambi valutari, riflettendo l’equilibrio tra fattori economici fondamentali e sentimenti di mercato, e sottolinea l’importanza di monitorare i livelli chiave per anticipare possibili svolte nel rapporto EUR/CHF.
Tasso: 0.9441
BCE riduce i tassi: euro sotto pressione
Tasso: 0.9429
Trump di nuovo Presidente USA
Il 20 gennaio 2025, Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, assumendo la carica di 47° presidente degli Stati Uniti. Dopo aver già ricoperto il ruolo di 45° presidente dal 2017 al 2021, Trump ha ottenuto una nuova vittoria nelle elezioni presidenziali del novembre 2024, sconfiggendo la candidata democratica Kamala Harris. Con 312 grandi elettori conquistati, ha superato ampiamente la soglia necessaria per essere eletto, consolidando il suo ritorno al potere.
Il nuovo mandato di Trump si è aperto con una serie di iniziative immediate. Tra le prime azioni, ha firmato ordini esecutivi per ridurre i costi energetici e ha annunciato misure economiche volte a combattere l’inflazione. Inoltre, ha promesso nuove tariffe commerciali su Canada e Messico, riaffermando il suo approccio protezionista in ambito economico.
Sul fronte interno, Trump ha anche concesso la commutazione delle sentenze legate agli attacchi al Congresso del 6 gennaio 2021, una mossa che ha suscitato ampie discussioni. In politica estera, Trump ha rilanciato il suo programma “America First“, segnando un deciso cambio di rotta rispetto all’amministrazione precedente: tra le decisioni più rilevanti vi è stata l’uscita degli Stati Uniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e una revisione degli aiuti esteri, con l’obiettivo dichiarato di concentrare le risorse sulle priorità nazionali.
Il ritorno di Trump alla presidenza ha avuto un impatto significativo sia a livello geopolitico che economico (anche in Svizzera). La sua amministrazione ha aumentato le tensioni con Cina ed Europa, contribuendo a un clima di incertezza globale.
I mercati finanziari hanno reagito con volatilità, riflettendo le preoccupazioni degli investitori sulle implicazioni delle sue politiche economiche e commerciali. Questo nuovo capitolo della presidenza Trump segna un momento cruciale per gli Stati Uniti e per gli equilibri internazionali, riaffermando la centralità della sua figura nel dibattito politico globale e nelle dinamiche economiche mondiali.
Tasso: 0.9765
Volatilità dei mercati
Tasso: 0.9439
Nel 2024, i mercati finanziari hanno evidenziato una volatilità variabile a seconda delle diverse classi di asset e delle aree geografiche. In generale, il mercato azionario ha registrato risultati positivi, con guadagni a doppia cifra sia in Europa che negli Stati Uniti. Tuttavia, si sono verificate fasi di incertezza, soprattutto durante l’estate, influenzate da eventi come le elezioni presidenziali americane e le tensioni in Medio Oriente.
Il mercato obbligazionario ha inizialmente mostrato un livello di volatilità senza precedenti, dovuto all’aumento dei tassi di interesse e alla ripresa dell’inflazione. Questi fattori hanno portato a un incremento dei rendimenti e a una perdita di valore per le obbligazioni esistenti con cedole più basse. Tuttavia, durante l’estate, la situazione ha subito un cambiamento inaspettato: con un calo dell’inflazione e dati macroeconomici meno favorevoli, si è assistito a un rally nel settore obbligazionario.
A livello globale, l’indice MSCI World ha subito un significativo ribasso nei mesi di luglio e agosto, chiudendo il periodo con una perdita del 7,66%. Alcuni indici hanno mostrato una volatilità più contenuta rispetto agli anni precedenti; ad esempio, il mercato europeo ha registrato una diminuzione della volatilità rispetto al 2023.
In conclusione, il 2024 si è rivelato un anno contraddittorio per i mercati finanziari: mentre l’azionario ha mostrato performance positive, il comparto obbligazionario ha affrontato momenti di instabilità, influenzati da fattori geopolitici e macroeconomici.
Tasso: 0.926
Conflitti commerciali e tensioni geopolitiche
Tasso: 0.9412
Nel 2024, le tensioni geopolitiche hanno dominato il panorama internazionale, esercitando un’influenza notevole sull’economia globale. Tra gli eventi più significativi di quest’anno, il conflitto tra Russia e Ucraina ha continuato a prolungarsi, creando una situazione di stallo che ha alimentato l’incertezza geopolitica: questa guerra, infatti, ha avuto ripercussioni considerevoli sui mercati energetici e sulle catene di approvvigionamento a livello mondiale.
In Medio Oriente, la guerra tra Hamas e Israele ha sollevato preoccupazioni per la stabilità della regione, con potenziali effetti negativi sui mercati energetici. La competizione tra Stati Uniti e Cina ha rappresentato un’altra dinamica cruciale nel 2024, influenzando profondamente le relazioni commerciali e strategiche tra queste due potenze globali.
Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, poi, sono state percepite come un momento decisivo per la geopolitica mondiale, con implicazioni significative per le relazioni internazionali e il commercio globale. Inoltre, l’allargamento del gruppo BRICS, con l’ingresso di nuovi membri, ha accresciuto il peso economico e politico di questa alleanza, contribuendo alla frammentazione dell’ordine mondiale tradizionale.
Questi eventi hanno mantenuto alta l’incertezza geopolitica, influenzando i mercati finanziari e le scelte economiche a livello globale. Secondo le stime della Banca Centrale Europea (BCE), le tensioni geopolitiche hanno sottratto circa un punto percentuale alla crescita del PIL dell’Eurozona nel 2024.
Tasso: 0.9847
Aumento inflazione e revisione dei tassi
Tasso: 0.926
Nel 2023 l’inflazione è diventata un argomento cruciale per le banche centrali di tutto il mondo. Questo aumento dei prezzi è stato causato da diversi fattori, tra cui la ripresa economica dopo la pandemia, l’impennata dei costi delle materie prime e le tensioni geopolitiche, in particolare la guerra tra Russia e Ucraina.
In risposta a questa situazione, la Banca Centrale Europea (BCE) ha deciso di aumentare i tassi di interesse per cercare di contenere l’inflazione. Fino a settembre 2023, la BCE ha incrementato il tasso di riferimento in dieci occasioni consecutive, raggiungendo un massimo storico del 4,50% il 20 settembre 2023. Questi aumenti erano mirati a ridurre la domanda aggregata e a frenare l’inarrestabile crescita dei prezzi nell’area euro. Tuttavia, a partire da ottobre 2023, la BCE ha scelto di fermare questa serie di rialzi, mantenendo i tassi invariati anche durante la riunione del 14 dicembre 2023. Questa decisione si basava sulla previsione di un rallentamento dell’inflazione nel 2024 e nel 2025, che si sarebbe avvicinata all’obiettivo del 2% stabilito dalla BCE.
L’innalzamento dei tassi di interesse ha avuto ripercussioni significative sull’economia europea, influenzando i costi del credito per famiglie e imprese. Inoltre, ha portato a una maggiore volatilità nei mercati finanziari, con potenziali effetti sui tassi di cambio delle valute. Per riassumere, l’anno 2023 ha visto le banche centrali affrontare sfide complesse legate all’inflazione, con misure drastiche che hanno cercato di stabilizzare l’economia in un contesto globale incerto.
Tasso: 1.032
Esplosione della Guerra Russia-Ucraina
Tasso: 1.0069
Il conflitto tra Russia e Ucraina è una crisi complessa che ha radici storiche profonde e che ha cominciato a manifestarsi in modo evidente nel 2014, ma ha raggiunto un’intensificazione drammatica il 24 febbraio 2022. Tutto ha avuto inizio con l’occupazione della Crimea da parte della Russia nel febbraio 2014, un’azione che culminò nell’annessione della penisola alla Federazione Russa.
Questo evento segnò l’inizio di un periodo di crescenti tensioni tra i due paesi, accompagnato da scontri tra le forze ucraine e i separatisti filo-russi nelle regioni orientali del Donbass, in particolare a Donetsk e Luhansk, dove si richiedeva l’indipendenza. Questi scontri generarono un conflitto a bassa intensità che perdurò per anni.
La situazione si aggravò ulteriormente nel febbraio 2022, quando la Russia riconobbe formalmente l’indipendenza delle repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk, inviando truppe nella regione del Donbass. Il 24 febbraio 2022, poi, la Russia avviò un’invasione su vasta scala dell’Ucraina, iniziando con attacchi aerei e missilistici su obiettivi strategici in tutto il paese, inclusa la capitale Kiev.
Le conseguenze di questa escalation sono state molto gravi. Attualmente, circa il 18% del territorio ucraino è sotto occupazione russa e milioni di cittadini ucraini sono stati costretti a lasciare le loro abitazioni, con oltre 6 milioni che hanno cercato rifugio all’estero.
La comunità internazionale ha risposto imponendo severe sanzioni economiche contro la Russia, mentre la NATO ha incrementato la propria presenza militare in Europa per garantire la sicurezza dei suoi membri. Il conflitto ha avuto ripercussioni significative anche sui mercati energetici e finanziari globali: i prezzi delle materie prime sono aumentati notevolmente e si è assistito a una maggiore volatilità nei mercati valutari.
Questo conflitto non solo ha messo in evidenza le fragilità geopolitiche ma ha anche sollevato interrogativi sul futuro della sicurezza in Europa e sull’ordine mondiale: la guerra tra Russia e Ucraina rappresenta una crisi complessa che continua a evolversi, con conseguenze profonde sia a livello locale che globale.
Tasso: 1.0854
Pandemia europea di COVID-19
Tasso: 1.0802
La pandemia di COVID-19 è stata una crisi sanitaria globale senza precedenti, causata dal virus SARS-CoV-2, identificato per la prima volta a Wuhan, in Cina, verso la fine del 2019. L’epidemia inizialmente si manifestò come un focolaio di polmonite di origine sconosciuta, segnalato ufficialmente dalle autorità cinesi il 31 dicembre 2019. Tuttavia, le prime tracce del virus risalgono a settimane prima: il primo caso noto di contagio è stato registrato il 17 novembre 2019, anche se la notizia venne resa pubblica solo il 13 gennaio 2020.
Per cercare di contenere la diffusione del virus, molti governi introdussero misure drastiche come lockdown generalizzati, chiusure delle attività non essenziali e restrizioni alla mobilità.
Tasso: 1.1702
Guerra commerciale tra USA e Cina
Tasso: 1.1269
La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina prese avvio ufficialmente nel marzo 2018, quando l’allora presidente americano Donald Trump annunciò l’imposizione di dazi su beni cinesi per un valore di 50 miliardi di dollari. La decisione fu giustificata con l’accusa alla Cina di pratiche commerciali sleali e furto di proprietà intellettuale.
Questo segnò l’inizio di una disputa economica tra le due maggiori economie mondiali e la risposta cinese non tardò ad arrivare: Pechino introdusse dazi su diversi prodotti americani, tra cui la soia, una delle principali esportazioni statunitensi verso la Cina.
Da quel momento, la tensione si intensificò con una serie di misure reciproche. Gli Stati Uniti applicarono tariffe del 25% su 34 miliardi di dollari di merci cinesi, seguite da ulteriori dazi su altri beni. La Cina replicò con tariffe dello stesso livello su prodotti americani per un valore complessivo di 545 milioni di dollari.
Questa escalation ebbe ripercussioni significative sull’economia globale. Le catene di approvvigionamento furono colpite, i costi per i consumatori aumentarono e la fiducia nei mercati finanziari subì un duro colpo. Nonostante gli sforzi per trovare un accordo, la disputa si prolungò, coinvolgendo anche settori strategici come la tecnologia, con restrizioni imposte dagli Stati Uniti a colossi cinesi, come Huawei.
La guerra commerciale mise in evidenza le profonde divergenze economiche e politiche tra le due nazioni, contribuendo a ridefinire le dinamiche del commercio internazionale e a sollevare interrogativi sul futuro delle relazioni economiche globali.
Tasso: 1.0739
Boom delle criptovalute
Tasso: 1.1702
Il 2017 segnò un periodo di grande fermento nel mercato delle criptovalute, con eventi che catturarono l’attenzione globale. Durante quell’anno, il prezzo del Bitcoin toccò un massimo storico di quasi 20.000 dollari, mentre la capitalizzazione totale del mercato delle criptovalute superò il trilione di dollari. Questo straordinario aumento dei valori fu alimentato da un forte interesse speculativo, in particolare in paesi come Giappone e Corea del Sud, dove molti piccoli investitori furono attratti dalla possibilità di ottenere rendimenti elevati e dalla crescente notorietà delle criptovalute come asset alternativi.
Tuttavia, il mercato non mantenne a lungo questo slancio. Nel 2018, si verificò un crollo significativo, con il prezzo del Bitcoin che subì una drastica diminuzione. Questo evento evidenziò la vulnerabilità del mercato delle criptovalute e la sua soggettività a fluttuazioni molto rapide.
Nonostante le difficoltà del 2018, il mercato delle criptovalute continuò a mostrare segni di volatilità nei successivi anni. Tra il 2020 e il 2021, si assistette a un nuovo boom, con il Bitcoin che superò i 60.000 dollari, attirando nuovamente l’attenzione degli investitori e dei media.
Il boom delle criptovalute del 2017. comunque, rappresenta un capitolo cruciale nella storia delle valute digitali, caratterizzato da un rapido aumento dei prezzi seguito da una significativa correzione, ma anche da una resilienza che ha portato a nuovi picchi nei periodi successivi.
Tasso: 1.0876
Referendum UK sulla Brexit
Il referendum sulla Brexit si è tenuto il 23 giugno 2016 nel Regno Unito e a Gibilterra, con una partecipazione significativa da parte degli elettori coinvolti: l’affluenza alle urne è stata del 72,2%, coinvolgendo circa 46,5 milioni di elettori. La maggioranza dei cittadini britannici ha scelto di lasciare l’Unione Europea, con il 51,9% dei voti a favore dell’uscita, mentre il 48,1% ha optato per rimanere.
I risultati hanno mostrato una netta divisione geografica: la maggior parte degli elettori in Inghilterra e Galles ha sostenuto l’uscita dall’UE, mentre Scozia e Irlanda del Nord hanno votato prevalentemente per rimanere.
Questo esito ha portato alle dimissioni del Primo Ministro David Cameron, che annunciò la sua intenzione di lasciare l’incarico entro ottobre 2016. La crisi politica scaturita dal referendum ha innescato il processo di negoziazione per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, formalmente avviato nel marzo 2017 con l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona.
L’impatto del referendum si è fatto sentire anche sui mercati finanziari: la sterlina britannica ha subito un forte deprezzamento rispetto ad altre valute principali, incluso l’euro. La situazione ha sollevato preoccupazioni riguardo alla stabilità economica e politica non solo nel Regno Unito, ma anche a livello globale.
In sintesi, il referendum sulla Brexit ha rappresentato un momento cruciale nella storia recente del Regno Unito, segnando un cambiamento significativo nelle relazioni tra il paese e l’Unione Europea.
Tasso: 0.968
Crash del mercato azionario cinese
Tasso: 0.9238
Il crash del mercato azionario cinese del 2015 fu un evento finanziario significativo che colpì le borse di Shanghai e Shenzhen.
La crisi fu innescata da un rallentamento dell’economia cinese e da una bolla speculativa sui mercati azionari, che avevano visto un aumento del 150% dei prezzi delle azioni tra giugno 2014 e giugno 2015, senza un corrispondente miglioramento della profittabilità delle imprese quotate.
Il crollo iniziò a giugno 2015 e raggiunse il punto più basso il 26 agosto, con l’indice CSI 300 che perse circa il 45% del suo valore.
Le autorità cinesi tentarono di intervenire con misure come il divieto di vendita per gli azionisti principali e l’acquisto di azioni da parte di fondi statali, ma con risultati limitati.
La crisi portò anche a una svalutazione del renminbi (lo yuan cinese) ad agosto, aumentando le tensioni sui mercati finanziari globali.
Nonostante la volatilità, il sistema finanziario cinese è relativamente isolato, il che limitò il contagio ai mercati internazionali.
Tasso: 0.9728
Rimozione del limite al cambio EUR/CHF
La rimozione del peg della Banca Nazionale Svizzera (BNS) nei confronti dell’euro avvenne il 15 gennaio 2015.
Nel settembre 2011, la BNS aveva introdotto una soglia minima di cambio di 1,20 CHF per euro, al fine di proteggere l’economia svizzera dall’apprezzamento eccessivo del franco. Tuttavia, mantenere questo tasso era diventato sempre più difficile e costoso, soprattutto a causa delle divergenze nelle politiche monetarie tra l’UE e gli Stati Uniti, che stavano portando a un deprezzamento dell’euro rispetto ad altre valute principali.
La decisione di abolire il peg fu presa a sorpresa e portò a un forte apprezzamento del franco svizzero, con il cambio EUR/CHF che crollò del 40% in pochi minuti, raggiungendo livelli intorno a 0,80 CHF per euro.
Questo evento ebbe un impatto significativo sui mercati finanziari, causando perdite per gli investitori che avevano scommesso sul mantenimento del peg.
Contestualmente all’abolizione del limite, la BNS abbassò ulteriormente il tasso d’interesse negativo per i conti giro delle banche presso la BNS, portandolo a -0,75%, al fine di ridurre l’attrattiva del franco svizzero e mitigare gli effetti dell’apprezzamento.
Tasso: 1.2504
Crisi del debito sovrano
Tasso: 1.2156
La crisi del debito sovrano europeo del 2011 rappresentò un’evoluzione della crisi finanziaria globale iniziata nel 2008, nonché un’estensione della crisi del debito sovrano che si era manifestata già nel 2010. Questo evento colpì in particolare i paesi dell’Eurozona noti come “PIIGS” (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), caratterizzati da elevati livelli di debito pubblico e deficit di bilancio.
Le radici della crisi possono essere attribuite a diversi fattori, tra cui l’alto debito pubblico e le difficoltà del sistema bancario.
Molti stati membri dell’Eurozona, infatti, avevano accumulato debiti considerevoli, rendendo difficile il finanziamento dei loro deficit. Le banche europee, dall’altro lato della barricata, furono fortemente esposte ai titoli di Stato di questi paesi in difficoltà e subirono perdite ingenti, aggravando ulteriormente la situazione.
Nel 2011, la crisi si intensificò quando i rendimenti dei titoli di Stato italiani e spagnoli iniziarono a salire, segnalando una crescente preoccupazione tra gli investitori riguardo alla sostenibilità del debito pubblico. In ottobre, i leader dell’Eurozona presentarono un piano per ridurre il debito greco del 50% e aumentarono il Fondo europeo di stabilità finanziaria (EFSF) a circa 1.000 miliardi di euro.
Le conseguenze per gli Stati interessati furono molto dure: diversi paesi furono costretti ad adottare misure di austerità per contenere i deficit di bilancio, il che portò a recessione economica e tassi di disoccupazione elevati. La crisi, poi, sollevò interrogativi sulla stabilità dell’Eurozona e aumentò la volatilità nei mercati finanziari.
Durante questo periodo critico, il franco svizzero si apprezzò notevolmente grazie alla sua reputazione come valuta rifugio. Nell’agosto 2011, il cambio EUR/CHF si avvicinò alla parità, costringendo la Banca Nazionale Svizzera (BNS) a intervenire il 6 settembre 2011, quando fu fissato un tasso di cambio minimo di 1,20 CHF per euro. Questa decisione mirava a frenare l’apprezzamento del franco e a proteggere l’economia svizzera.
La BNS mantenne questo tasso fino al 15 gennaio 2015, quando decise di abolirlo in seguito all’introduzione del programma di quantitative easing da parte della BCE.
Tasso: 1.4132
Flash crash del 6 maggio 2010
Il flash crash del 6 maggio 2010 rappresenta un episodio finanziario inaspettato che colpì i mercati azionari degli Stati Uniti. In quel giorno, il Dow Jones Industrial Average (DJIA) subì un crollo di oltre 1.000 punti in appena 10 minuti, per poi recuperare gran parte delle perdite entro la chiusura della giornata.
Le cause di questo evento furono molteplici. Un fattore chiave fu un ordine di vendita massiccio di contratti futures E-mini S&P 500, effettuato da Waddell & Reed Financial, un fondo di investimento. Questo ordine scatenò una reazione a catena, amplificata dall’uso di algoritmi di trading ad alta frequenza, che accelerarono il calo dei prezzi.
Inoltre, Navinder Singh Sarao, un trader indipendente, giocò un ruolo significativo utilizzando algoritmi per generare ordini di vendita, contribuendo ulteriormente alla pressione ribassista sui mercati.
Il flash crash del 2010 suscitò serie preoccupazioni riguardo alla stabilità dei mercati finanziari e portò a una revisione delle normative esistenti, con l’obiettivo di prevenire il ripetersi di eventi simili in futuro.
Tasso: 1.6529
Crisi finanziaria globale del 2008
Tasso: 1.485
La crisi finanziaria globale del 2008 rappresenta uno dei più gravi eventi economici della storia recente, iniziato negli Stati Uniti e propagatosi rapidamente a livello mondiale.
Le principali cause di questa crisi possono essere riassunte come segue:
- Bolla immobiliare: I prezzi delle abitazioni negli Stati Uniti erano stati gonfiati in modo insostenibile e, quando questa bolla scoppiò, i mutui subprime concessi a soggetti con scarsa capacità creditizia cominciarono a fallire, generando ingenti perdite per le banche.
- Cartolarizzazione dei mutui: Le istituzioni finanziarie trasformarono i mutui in strumenti finanziari complessi, come CDO e CMO, vendendoli a investitori in tutto il mondo. Questo processo diffuse il rischio attraverso il sistema finanziario, rendendo la crisi ancora più pervasiva.
- Fallimenti bancari: Un momento cruciale si verificò il 15 settembre 2008, quando Lehman Brothers dichiarò bancarotta, scatenando una crisi di fiducia a livello globale.
La crisi portò a una recessione profonda e diffusa, caratterizzata da una forte contrazione economica, una diminuzione dei consumi e un aumento della disoccupazione. In risposta, governi e banche centrali furono costretti a intervenire con misure come il taglio dei tassi di interesse e l’iniezione di liquidità per stabilizzare il sistema finanziario.
L’impatto della crisi del 2008 si rifletté anche nei mercati valutari. In particolare, il cambio CHF/EUR ne risentì poiché il franco svizzero è spesso considerato una valuta rifugio durante periodi di instabilità finanziaria, attirando così l’interesse degli investitori.
Tasso: 1.4714
Invasione USA dell'Iraq
Tasso: 1.5579
L’invasione dell’Iraq nel 2003, guidata dagli Stati Uniti, ha avuto un impatto significativo sui mercati finanziari globali. L’iniziale aspettativa di una “guerra lampo” aveva generato un breve periodo di ottimismo, con un rialzo degli indici azionari. Tuttavia, quando divenne chiaro che il conflitto sarebbe stato più lungo e complesso del previsto, i mercati reagirono negativamente.
Le borse globali registrarono forti cali, con perdite significative in Europa e negli Stati Uniti. Il prezzo del petrolio aumentò rapidamente a causa delle preoccupazioni per la stabilità delle forniture energetiche dal Medio Oriente. Allo stesso tempo, gli investitori si rifugiarono in asset considerati sicuri, come l’oro e le obbligazioni, che videro un aumento della domanda.
La volatilità dei mercati fu ulteriormente aggravata dalla debolezza del dollaro, che perse terreno rispetto all’euro e al franco svizzero. L’incertezza geopolitica e le crescenti spese militari statunitensi alimentarono il pessimismo economico, ostacolando la ripresa economica globale e aumentando il livello di indebitamento degli Stati Uniti.
La guerra in Iraq non solo destabilizzò i mercati nel breve termine, ma ebbe anche effetti duraturi sull’economia globale, influenzando i prezzi delle materie prime e la fiducia degli investitori per anni a venire.
Tasso: 1.4644
Scandalo WorldCom
Tasso: 1.4546
Lo scandalo WorldCom rappresenta uno dei più gravi episodi di frode contabile nella storia delle aziende americane, coinvolgendo la WorldCom, un’importante compagnia di telecomunicazioni statunitense. L’azienda è stata accusata di aver alterato i propri bilanci per nascondere debiti e gonfiare i profitti in modo ingannevole.
Le pratiche fraudolente adottate includevano la registrazione di spese operative come investimenti, il che ha portato a un incremento fittizio dei guadagni di oltre 11 miliardi di dollari.
Tra gli eventi significativi, nel giugno 2002 la SEC avviò un’inchiesta che rivelò la frode. Il crollo del titolo azionario di WorldCom fu drammatico, con una perdita di valore che superò i 180 miliardi di dollari. La compagnia si trovò costretta a dichiarare bancarotta e successivamente intraprese un processo di ristrutturazione.
Le conseguenze legali furono estremamente severe: il CEO Bernard Ebbers fu condannato a 25 anni di carcere per il suo coinvolgimento nella frode.
Questo scandalo contribuì a rafforzare le normative contabili negli Stati Uniti, portando all’adozione del Sarbanes-Oxley Act, una legge mirata a garantire maggiore trasparenza e responsabilità nella governance aziendale. Sebbene non abbia avuto un impatto diretto sul cambio CHF/EUR, ha comunque influenzato la percezione dei mercati finanziari, spingendo verso una maggiore cautela tra gli investitori.
Tasso: 1.4762
Scandalo Enron
Tasso: 1.4833
Lo scandalo Enron rappresenta uno dei più clamorosi casi di frode contabile e finanziaria nella storia, coinvolgendo la Enron Corporation, un gigante del settore energetico. L’azienda ha messo in atto pratiche finanziarie ingegnose e molto complicate per nascondere il proprio debito e mostrare profitti gonfiati, questo grazie alla complicità della società di revisione Arthur Andersen.
Nel corso degli eventi, nell’ottobre 2001, la SEC ha avviato un’inchiesta sulle operazioni di Enron. A novembre, il valore delle azioni della società è crollato drasticamente, e il 2 dicembre 2001, Enron ha dichiarato ufficialmente bancarotta.
Le conseguenze di questo scandalo furono molto pesanti per società e persone coinvolti: Arthur Andersen fallì a causa della perdita di reputazione e diversi dirigenti di Enron furono perseguiti penalmente. Inoltre, nel 2002 venne introdotto il Sarbanes-Oxley Act, una legge volta a rafforzare la trasparenza e la responsabilità nelle pratiche aziendali.
Sebbene lo scandalo non abbia avuto un impatto diretto significativo sul tasso di cambio CHF/EUR, ha comunque contribuito a generare una maggiore cautela nei mercati finanziari globali.
Tasso: 1.5146
Attentati dell'11 settembre 2001
L’11 settembre 2001 è ricordato come il giorno in cui gli Stati Uniti subirono uno dei più devastanti attacchi terroristici della loro storia. Quattro aerei di linea furono dirottati da 19 membri di Al-Qaeda e utilizzati per colpire obiettivi simbolici e strategici per gli USA. Due velivoli si schiantarono contro le Torri Gemelle a New York, causandone il crollo entro poche ore, mentre un terzo colpì il Pentagono, danneggiandone gravemente una sezione. Il quarto aereo, probabilmente diretto verso la Casa Bianca o il Campidoglio, precipitò in Pennsylvania grazie alla rivolta dei passeggeri.
Gli attacchi provocarono la morte di 2.977 persone e il ferimento di oltre 6.000, segnando un punto di svolta nella sicurezza globale e nella politica internazionale. Questi eventi portarono all’avvio della “guerra al terrorismo” da parte degli Stati Uniti, con interventi militari in Afghanistan e Iraq.
Sul fronte valutario, l’11 settembre non ebbe un impatto immediato sul cambio tra franco svizzero (CHF) ed euro (EUR). Tuttavia, nei giorni successivi si osservò un aumento della domanda per valute considerate rifugio sicuro, come il franco svizzero, che potrebbe spiegare l’impennata registrata tra il 12 e il 21 settembre 2001.
Tasso: 1.6066
Bolla delle dot-com
Tasso: 1.5907
La bolla delle dot-com rappresenta un fenomeno speculativo che si sviluppò nel periodo 1997-2000, toccando per lo più le aziende tecnologiche di Internet statunitensi. Questo periodo culminò il 10 marzo 2000, quando l’indice Nasdaq raggiunse il suo massimo storico di 5.048,62 punti. Tuttavia, a partire dall’11 marzo 2000, il mercato iniziò a subire un deciso declino.
I risultati finanziari pubblicati da molte aziende dot-com, si scoprì da marzo 2000, rivelavano una realtà preoccupante: molte di esse non erano in grado di generare profitti e non avevano una strategia per riuscirci. Questa situazione innescò una crisi di fiducia tra gli investitori, che cominciarono a ritirare i propri capitali, portando a una correzione significativa del mercato azionario e all’esplosione della bolla.
Per quanto riguarda il cambio tra franco svizzero (CHF) ed euro (EUR), nel marzo 2000 non si registrarono fluttuazioni notevoli direttamente riconducibili alla bolla delle dot-com. Tuttavia, è importante notare che il franco svizzero è spesso visto come una valuta rifugio stabile, il che potrebbe averlo reso una scelta nel un contesto di incertezza dell’epoca.
Tasso: 1.6168
Introduzione dell'euro
Tasso: 1.4524
L’euro è stato introdotto gradualmente a partire dal 1° gennaio 1999, quando undici paesi dell’Unione Europea hanno adottato la moneta unica come unità di conto virtuale per transazioni finanziarie e scopi contabili. In questa fase iniziale, l’euro non era ancora una valuta fisica. La Grecia si è aggiunta il 1° gennaio 2001, portando il totale a dodici paesi e, successivamente, il 1° gennaio 2002, l’euro è entrato ufficialmente in circolazione sotto forma di banconote e monete nei paesi aderenti.
Negli anni seguenti, altri stati come Cipro, Slovenia, Malta, Estonia, Slovacchia, Lettonia, Lituania e infine la Croazia nel 2023 hanno adottato l’euro. Al 2022, diciannove Stati membri dell’UE utilizzavano l’euro come valuta ufficiale.
Tra il 1999 e il 2002, l’introduzione dell’euro ha avuto un impatto rilevante sui mercati finanziari europei. Tuttavia, non ha influenzato direttamente il rapporto di cambio con il franco svizzero (CHF) in termini di interventi o politiche monetarie specifiche. Durante questo periodo, il tasso di cambio CHF/EUR è rimasto relativamente stabile e la Banca Nazionale Svizzera (BNS) non ha effettuato interventi diretti per regolare il cambio con la nuova moneta unica.